CRESCIUTO IN UN ANGOLO DELLA VITA dal mio libro "Basta il mare"

"In un paese accanto al mare, viveva un ragazzo molto triste.

Era giovane, era sano, era bello, era intelligente, sembrava che avesse tutto il necessario per sentirsi realizzato.

Eppure si sentiva sconfitto.


Si sentiva sconfitto perché aveva un sogno, ma per quanto facesse, per quanto s’impegnasse, per quanto ci credesse, arrivava sempre a tanto così dal realizzarlo e poi, all'ultimo momento, qualcosa andava storto e il sogno, che sembrava così vicino, ogni volta finiva ancora più lontano.

Qualcuno gli aveva detto che se si crede fermamente in qualcosa, si arriva sempre, prima o poi, a vederla realizzata. Lui aveva creduto in quelle parole, perché dentro di sé sapeva che erano vere. Eppure ogni volta qualcosa non funzionava.

Quando era piccolo era molto timido, molto insicuro, aveva paura di tutto e di tutti. Gli sembrava di essere sempre un disturbo per gli altri e cercava di fare il minor rumore possibile così che gli altri non si accorgessero della sua presenza o, qualora lo avessero notato, arrivassero a giudicare che tutto sommato non era un così grande disturbo se continuava a stare in un angolo e a non chiedere nulla.

Così lui se ne stava sempre in quell'angolo della vita, attento a non fare rumore, attento a non chiedere mai nulla per sé.

Era cresciuto senza padre, che era morto quando lui era appena nato, ma aveva una madre piena d’amore e tanti parenti altrettanto pieni d’amore.
Però lui, benché dal padre avesse ereditato il cognome, non avendolo accanto, credeva che il suo diritto di essere accolto fosse venuto meno insieme alla sua perdita.
Non si sa da dove gli venisse questa convinzione, forse dal fatto che sentiva sempre la madre ripetere:
<<Comportati bene, abbiamo bisogno degli altri perché io da sola non ce la posso fare>>.
E anche se la madre lo amava molto, ogni volta che lui faceva qualcosa di sbagliato o qualcosa che la madre reputava inadeguato al buon senso o al buon costume, sembrava che quell'amore che lei aveva per lui, tutto sommato non fosse poi così forte, perché più importante era quello che gli altri avrebbero pensato.

Così il ragazzo, allora ancora bambino, si comportava sempre bene, almeno per quello che lui poteva capire che il bene fosse. Solo che a volte era troppo piccolo per capirlo, così gli capitava di sbagliare.
Certo lui non poteva sapere che è normale, perché tutti i bambini sbagliano, devono imparare ed è facendo errori che imparano.
Lui però non lo sapeva che sbagliare fosse ammesso, che non era una cosa così grave, perché si sa che gli errori dei piccoli possono essere solo piccoli errori. Nel suo mondo, che era piccolo anche quello perché la sua fantasia non era ancora tanto estesa da capire che esistesse un mondo più grande, quegli errori sembravano tanto gravi e lui si sentiva tanto in colpa.
Sapeva che la madre gli avrebbe detto:
<<Cosa penserebbero gli altri se lo sapessero?>> e bastava quell'idea a farlo sentire inadeguato.

Amava tanto sua madre e il pensiero che a causa dei suoi gravissimi enormi errori, gli altri l’avrebbero lasciata sola e lei non ce l’avrebbe fatta, perché lo ripeteva sempre quindi era proprio così, lo faceva tanto soffrire. Si sentiva costretto a verificare ogni volta di essere solo un peso, che a causa sua l’amata mamma si doveva sacrificare e che lui, pur volendo fare qualcosa, non era in grado di fare nulla.
Che cosa avrebbe dovuto fare? Era solo un bambino, ma a lui questo non sembrava essere chiaro, perché a lui nessuno aveva detto che i bambini devono solo preoccuparsi di fare i bambini e che alle cose da grandi ci pensano i grandi. No, lui mica lo sapeva.

Così anno dopo anno era cresciuto in un angolo della vita, a cercare di fare meno rumore possibile e a non chiedere mai nulla per sé, sperando di non fare errori troppo grossi e cercando di nascondere agli altri quegli errori che ai suoi occhi erano imperdonabili.
Non si perdonava mai lui, e anche se spesso gli altri non sapevano di quali gravi errori fosse capace, come ridere troppo forte, o divertirsi mentre giocava, o piangere quando era triste, lui si puniva in continuazione.

Ogni volta che qualcosa sembrava potesse renderlo felice, lui si sbrigava ad allontanarla, si sbrigava a fare l’esatto opposto, perché se fosse stato felice, se avesse chiesto qualcosa per sé, qualcuno lo avrebbe punito. Dal momento che nessuno sembrava mai accorgersi di quei gravi errori ma la punizione doveva venire, se si permetteva di essere felice per un po’, aveva deciso che allora a punirlo sarebbe stato Dio, che lui di sicuro sapeva e vedeva tutto.
Quindi tutto sommato si sentiva abbastanza al sicuro, sapeva che se non si fosse punito da solo ci avrebbe pensato Dio e che quindi il suo diritto di vivere ancora un po’ nell'angolo della sua vita, non gli sarebbe stato negato, bastava che le cose continuassero in quel modo.

Quando si sentiva molto triste andava a vedere il mare. Amava tanto disegnare il mare, lo disegnava in tempesta, lo disegnava quieto, lo disegnava con le nuvole e lo disegnava con il sole. Il mare conosceva sempre il suo umore e ogni volta che lo disegnava, sembrava in realtà fare il ritratto di ciò che aveva dentro, dei suoi tormenti taciuti, dei suoi sorrisi taciuti, delle sue lacrime taciute, delle sue risate taciute.

Compariva tutto lì, nel foglio appena disegnato.

Quando il disegno era finito anche lui si sentiva più sereno, perché quei segreti che non poteva dire, quelle paure che non osava confessare, erano le stesse del mare e a lui pareva che le onde lo aiutassero a portare quel peso, che sui fogli si consumava.

Ogni volta che raggiungeva la spiaggia, vi trovava un uomo seduto su uno scoglio. Non era facile dargli un’età, aveva qualcosa che sembrava renderlo vecchio, così come aveva qualcosa che sembrava renderlo giovane.

L’uomo non faceva nulla, stava seduto di fronte al mare e sorrideva.


Lo trovava sempre lì. L’uomo sorrideva con le nuvole e sorrideva con il sole, sorrideva quando il mare era in tempesta e sorrideva quando il mare era quieto. I suoi umori non sembravano corrispondere a quelli del mare, l’uomo sorrideva e basta..."

Tratto dal mio libro BASTA IL MARE di Georgia Briata

BASTA IL MARE di Georgia Briata
I sensi di colpa e la vergogna che impariamo da bambini ci fanno dimenticare i nostri sogni e il nostro valore. Le parole di questa favola per adulti vogliono aiutarti a ritrovare la strada per la felicità, per l'innocenza e per la libertà di essere te stesso. Ed ancora di più vogliono aiutarti a sognare di nuovo.
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IL GUSTO DELL'ANIMA - Diario di viaggio e di un sogno di Georgia Briata
Questa è la storia del Risveglio di un'Anima, la mia. Lo scoprire che la vita che facevo non mi apparteneva, i turbamenti, il cercare di comprendere lo scopo della mia esistenza e chi sono veramente. Fino ad arrivare, finalmente, a Realizzare il vero Sogno della mia Anima. Spero che le mie parole siano di conforto quando la fiducia vacilla.
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