LAVORARE ALLE MALDIVE Camminare nel mio sogno (in ricordo di Mahureva, ex villaggio Valtur,2009)

Dalle fotografie si capiva che fosse un posto meraviglioso, certo, ma non avevo idea di cosa mi aspettasse. Già dall’aereo sono abbagliata dalla bellezza di ciò che osservo.
Nella distesa uniforme dell’oceano, improvvisamente dal nulla compaiono degli atolli, candide gemme incastonate in un denso blu notte.
Posso vedere il verde delle piante e l’azzurro leggero dei bassi fondali, ma ecco che velocemente vengono inghiottiti di nuovo dal mare che ne lascia solo il ricordo nello sguardo, come indizi fugaci di tesori nascosti.
Mentre con la barca ci avviciniamo al pontile, sento un’esplosione di emozioni invadermi il petto e spalancarmi il cuore, lacrime di commozione mi arrivano insistenti agli occhi. Non posso crederci… Questo è il luogo che per un anno intero, prima di licenziarmi, ho sognato ad occhi aperti, ed era l’unico pensiero che riusciva a darmi sollievo in quei mesi opprimenti in ufficio. 
Una spiaggia bianca, alte palme, un piccolo centro benessere e davanti una sdraio vuota che aspetta me. 

Ma può mai essere possibile che davvero la vita risponda così perfettamente a ciò che desideriamo?

L’isola è piccolissima, settanta metri per trecentocinquanta di lunghezza, il pontile al quale attraccano le barche è più lungo dell’intera isola.
Le stanze sono piccoli bungalow ricoperti da foglie di palma, nessuna strada, in mezzo una verdissima vegetazione e intorno solo mare, il mare più limpido e trasparente che abbia mai visto.

Ogni mattina apro la porta della mia stanza e la prima cosa che vedo è un piccolo gazebo sull’acqua e poi l’azzurro delle lievi onde e del cielo e il bianco della sabbia.
Cammino scalza per i pochi metri che mi dividono dal centro benessere, passando per il cuore del Villaggio e dell’isola che sono il bar e la spiaggia principale. Così, scalza tutto il giorno, con il mare come unico sfondo.

Ogni tanto rido da sola pensando al mio lavoro in ufficio, al treno della mattina tutti stipati come sardine, al treno della sera tutti tristi e stanchi. Rivedo il panino volante che mangiavo nella pausa, ripenso ai palazzi pieni di uffici, alle persone in completi eleganti che passano le loro giornate in lunghe riunioni o dietro ad una scrivania. Alle mense aziendali dove non si fa altro che parlare di lavoro.



Poi guardo me, al posto di un completo elegante solo la mia divisa bianca corta o un pareo, al posto di scarpe costose solo i miei piedi nudi, al posto del treno pochi passi nella sabbia, al posto della mensa aziendale il nostro pezzo di spiaggia con il cartello “STAFF ONLY”, al posto della sala riunioni una palma obliqua con qualche sedia intorno e i nostri piedi abbronzati appoggiati al tronco.



Passeggiando sul pontile ci sono giorni in cui il mare è così piatto e trasparente che sembra di essere dentro ad un acquario, perché si possono vedere pesci colorati, murene, squaletti e altri abitanti variopinti che sguazzano tranquilli e da lontano non è possibile distinguere il cielo dal mare.

La sera, facendo lunghe passeggiate sulla spiaggia, arrivo fino ad un punto dove non c’è nessuna luce e dove, nelle notti di luna piena, il cielo si illumina a giorno. 

Il nostro cinema è il tramonto, tutta l’isola si ferma dalle sue quiete attività per ammirare un sole rosso fuoco immergersi in uno specchio d’acqua piatto e calmo come il ghiaccio, niente pop corn, nessun biglietto da pagare, né coda per entrare, solo qualche paguro che fa capolino da dietro una foglia per rientrare immediatamente nella sua conchiglia al minimo rumore.
Alcune volte, la sera, prendiamo il Dhoni (la barca tipica maldiviana) per andare in un’isola vicina, si sta sdraiati sul tetto della lenta imbarcazione a guardare le stelle e a pensare che poter vivere qualcosa del genere, qualcosa di così bello e perfetto, da senso ad una vita intera.

Spesso con altri ragazzi dell’equipe, stiamo seduti sulle sdraio davanti alle nostre stanze a chiacchieriamo fino a notte fonda, bevendo pina colada con un incredibile latte di cocco, fumando sigari alla vaniglia e mangiando patatine. E stiamo lì ore, senza fare niente, a parlare di sogni e magia, a guardare le stelle, a giocare con i piedi tra le piccole onde illuminate dal giallo fluorescente del plancton e a chiederci come potevamo un tempo vivere diversamente.
Anche qui sono sicura che i miei sogni possano arrivare dritti in cielo (vedi CAPOVERDE).

Il momento che preferisco e allo stesso tempo che più odio è l’ultima sera della settimana, quella cioè che precede la partenza dei clienti e l’inizio di una nuova settimana. Per congedare chi sta partendo, noi donne dell’equipe, in costume e pareo bianco, percorriamo lentamente il pontile fino alla spiaggia portando delle fiaccole accese, lì i ragazzi fanno dei giochi con il fuoco e poi la fiamma illumina la scritta in mezzo al mare con il nome dell’isola, una musica malinconica in sottofondo che solleva l’aria e il cuore ogni volta stretto sapendo che un’altra settimana in paradiso se n’è andata.
E questa è stata la mia vita per due mesi.
Da due mesi, ogni mattina aprendo la porta della mia camera su questo mare trasparente e su questa spiaggia bianca, ringrazio Dio e ogni mattina mi sorprendo nel rendermi conto che sto letteralmente camminando all’interno del mio sogno.

Ho la certezza che tutto quello che mi circonda l’ho “creato” io, che è nato dalla mia intenzione, dalla mia immaginazione, dal mio cuore.
Ce l’ho fatta. Anche qui come in THAILANDIA non ci sono arrivata per caso, non è un posto qualunque, non è un’esperienza qualunque, è qualcosa di scritto nel mio percorso, ma che se fossi rimasta in ufficio avrei mancato.
Non credo nel destino, ma credo che ci siano delle tappe nella nostra vita che se riusciamo a raggiungere ci riportino al nostro vero io, alla nostra immutabile essenza.
Niente è scritto, forse sono promesse che abbiamo fatto a noi stessi prima di nascere, ma possediamo il libero arbitrio, in ogni istante possiamo scegliere se mantenere quelle promesse fatte in un tempo lontano o disattenderle, tradendo chi veramente siamo, perché con nessun altro dovremo fare i conti alla fine della strada per aver intrapreso quella sbagliata, solo con noi stessi.


Sono certa di aver avuto un appuntamento con questo luogo, perché noi siamo gli ultimi italiani a lavorare qui prima che l’isola torni ai proprietari maldiviani, siamo gli ultimi italiani a camminare su questa sabbia, a vedere questi tramonti, a piangere davanti alla scritta di fuoco che lentamente si spegne, a percorrere il pontile fino a prendere l’ultima barca. 
Era l’ultima occasione per incontrare la mia isola e ci sono arrivata giusto in tempo, o forse, è rimasta fino a questo momento solo per aspettare me.

A chi non ha mai provato la sensazione di vivere nel proprio sogno è impossibile spiegarla, la mente perde ogni punto di riferimento, non riesce ad accettare l’eccezionalità della cosa anche se ce l’ha davanti, incredibile quanto siamo programmati per pensare che la magia non esista e che ciò che desideriamo non si possa realizzare.
Io invece sono convinta che realizzare i sogni sia la cosa più naturale del mondo, se solo ce lo permettiamo. Esattamente come un seme nasce con il sogno di sé sbocciato in fiore e vive abbandonandosi a questa visione fino alla sua realizzazione, anche noi nasciamo con il seme del nostro sogno e se solo troviamo la fiducia di arrenderci al fluire della vita seguendo la nostra voce interiore, la voce del cuore, senza farci deviare da decisioni razionali prese per paura, arriviamo dritti a realizzare il nostro massimo potenziale e il motivo per cui siamo qui, senza alcuno sforzo.

La via verso la vita che vogliamo è fatta di passi semplici, la cosa veramente difficile è scegliere di farli.

Dedicato a tutti i miei amici della grande Valtur e a quegli anni splendidi

Grazie!!



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