Capoverde - SAL

PASSEGGIARE A SAL SULLE ORME CANCELLATE DAL VENTO
...La musica scorre lenta come un vecchio disco un po' rigato dal troppo ascolto e che porta ricordi lontani, le luci assonnate, le gambe scure delle donne con i capelli raccolti, gli abiti leggeri. La mano in primo piano un po' sfocata di un uomo che fuma, seduto, con le gambe accavallate e il gomito appoggiato allo schienale.
Si gode la scena, senza pensieri, rilassato, un po' per averla vista per così tante volte, un po' perché ogni volta ne assapora il piacere.
Tutti si muovono trascinati dalle stesse note ma da passioni diverse, si vedono i piedi e i polpacci, si vedono le nuche delle donne, i visi degli uomini sono sfocati, le sagome incorniciate dalle travi del pergolato, la musica scivola via dolce e si sente in bocca un sapore dolciastro del miele misto al rhum, il fumo dell'uomo si leva sottile e il pavimento di terra accoglie i passi che sono lenti e pigri, per seguire il movimento dei corpi stretti.
Alzo lo sguardo oltre le nuche delle donne fino ad arrivare ai visi dei ragazzi che le muovono con dolcezza. Sono visi semplici, neri, di un nero opaco, morbido.
I lineamenti sono piuttosto belli, fini, europei. I movimenti sinuosi. Lui e lei. Ballerino e ballerina. Ci sono solo loro, tutto è tagliato fuori, non guardano nessuno, solo il loro compagno di ballo, un'unione perfetta.
Così un’immagine di una sera a Capoverde si è stampata nella mia memoria, un fotogramma che sembra appartenere ad un tempo lontano, eppure è della Sal di oggi.

Ed è proprio ricordi come questo che non riesci più a cancellare, non quelli di palazzi storici o parchi rigogliosi, non i ricordi di strade famose o monumenti che sfidano il tempo. Quello che l’arcipelago di Capoverde ti lascia dentro, è una strana sensazione surreale che non riesci più a scrollarti di dosso anche una volta riatterrata in Italia.

Il primo impatto all’arrivo dell’Aeroporto di Sal è stato di stupore, immaginavo un caldo afoso provenendo dall’aria condizionata dell’aereo, ed invece a marzo c’è una brezza primaverile e nessun odore di Africa. Già dai finestrini dell’aereo era evidente che il paesaggio che mi stava attendendo era del tutto desertico, quasi lunare, pochissime strade, pochissima vegetazione arsa dal sole e dal vento e null’altro.
Agli occhi di un turista in cerca di una destinazione vacanziera esotica e pittoresca, o alla mente di chi legge le didascalie delle fotografie di questo luogo, ci sono pochi appigli a cui aggrapparsi per capirne realmente la magia, ma camminando verso l’orizzonte della lunghissima spiaggia che parte dal paese di Santa Maria per arrivare fin dove l’occhio si perde, lentamente questa terra dura si rivela.

Passo dopo passo avverto una sensazione davvero particolare, sono nel deserto, non c'è altro modo per definirlo, un deserto di sabbia con il mare di fianco che rende tutto ancora più ampio, che apre il cuore e l'anima e la mente e i polmoni. Tutto aperto. Tutto libero. Spazio. E davanti a questo infinito di sabbia color miele, e mare e cielo che si mescolano liquidi come il rhum, mi chiedo:

<<Come cresce una persona che invece di avere i sensi recintati da palazzi e fumi e rumori e durezza, può lasciare vagare lo sguardo senza mai incontrare un ostacolo su cui doversi per forza fermare?>>
<<Che tipo di persona diventa?>>

Noi cresciamo con una scenografia che non ci lascia mai e a forza di vedere muri non ci chiediamo più se dietro c’è qualcosa, perché di solito dietro ci sono altri palazzi, ma qui che di muri non ce ne sono, qui sembra proprio il posto in cui si fabbricano i sogni, come se ogni pensiero, ogni desiderio, possano arrivare direttamente al cuore di Dio senza interferenze.

Cammino ancora per qualche minuto, la sabbia è più chiara e le onde del mare più grosse. Mi volto indietro verso la direzione da cui provengo dove si susseguono alberghi e resort di ogni tipo che violentano la linea di un orizzonte altrimenti infinito e tra me e il resto del mondo solo orme sulla sabbia, orme perfette, nitide, non ancora mangiate dal vento.
Quante persone prima di me hanno lasciato le stesse orme cancellate poi dallo stesso vento, hanno scattato fotografie negli stessi punti, hanno provato le stesse sensazioni. Mi sembra che il tempo si sia appiattito su un’unica fotografia con migliaia di volti in trasparenza, migliaia di vite che da lì sono passate portandosi a casa granelli di sabbia.
E’ come se le avvertissi tutte alle mie spalle, i miei piedi su migliaia di altri passi, i miei occhi su migliaia di altri sguardi. Tutti facciamo parte della stessa tela su cui ogni giorno viene dipinto il nuovo, ma quello che era è ancora lì e, anche se non si vede, influenza tutto, i colori, le forme, lo spessore. Tutti abbiamo alle spalle la storia del mondo e qui se ne percepisce l’energia.
Ci sono luoghi deliziosi da visitare, le piscine naturali formatesi in nicchie della scogliera, le saline di Pedra Lume che offrono uno scenario surreale con le forme geometriche delle vasche volute dalla natura, marroni del fango e bianche del sale che sembra schiuma e trasparenti dell’acqua così salata da non permetterti di andare a fondo.
Ci sono i piccoli villaggi di pescatori e i giri in quod nell’interno desertico, vari tipi di pesca e giri in catamarano. Ma quello che mi avvolge veramente sono i sorrisi delle persone, la musica, la sensazione di libertà anche in mezzo alla povertà, l’abbraccio del vento che non mi abbandona mai e non so se più lo odio o più lo amo perché ormai mi è entrato dentro. Qui è il vento che riempie ogni cosa e la rende viva, gli occhi non vedono nulla, ma il cuore questo strano incantesimo lo sente.
Non è possibile descrivere a parole la voglia di vivere e la sensazione di poter realizzare qualunque sogno che questa terra riesce ad infondere, non è possibile rapire con una fotografia la melodia che si sente nell’aria.

E così mi trovo a fare centinaia di scatti tutti uguali di mare e di sabbia, mi trovo a scrivere parole su parole che continuano a sembrare vuote. Eppure vado avanti a fare l’ennesima fotografia e a scrivere l’ennesima parola, per cercare di spiegare ad altri che verranno dopo di me la magia che troveranno e che, come me, scatteranno le stesse fotografie, scriveranno le stesse parole e cammineranno sulle mie orme ormai cancellate dal vento e sentiranno, come una carezza leggera a cui non sanno dare un nome, che una sognatrice come loro è passata di qui, portandosi a casa granelli di sabbia.

di Georgia Briata

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